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IL MULINO

di Rosetta e Alberto Margoni

 

antichi mulini del borgo pannello 6 mulinoStoria dei mulini di Vezzano

È nell’edificio in Via Borgo 22 che l’Ecomuseo della Valle dei Laghi ha posto il sesto degli 11 pannelli del percorso etnografico sugli opifici storici della valle dei laghi  “Antichi mulini del Borgo”, poiché in questo edificio nel 1979 si è fermato il mulino Garbari, l’ultimo alimentato dalla ruota idraulica di Vezzano, cosa ormai rara, tanto da essere documentata sulla neonata rete televisiva RAI 3. I pezzi del mulino a cilindri smontati e numerati sono stati conservati nell’ipotesi di una futura ricostruzione, una coppia di macine (palmenti) del precedente mulino a pietra è conservata al museo degli usi e costumi della gente trentina di San Michele all’Adige, un’altra è inserita nell’aiuola della pace presso il teatro di Valle qui a Vezzano.

Non sappiamo da quando era in funzione, ma grazie alle ricerche genealogiche di Ettore Parisi e alle ricerche nell’archivio comunale di Vezzano riusciamo a ricostruire gli ultimi due secoli di attività. Felice Antonio Garbari vissuto a Vezzano tra il 1786 ed il 1839 era mugnaio, professione proseguita poi di figlio in figlio con Tobia, Quintino, Angelo Tobia e Silvio Giuseppe (1922-1979). Quintino nel 1949 abbandona la macinazione e si dedica alla falegnameria insieme al figlio Giuseppe fino al 1951, anno in cui muoiono prima il padre e poi il figlio; la loro falegnameria si occupava di un settore particolare erano infatti bottai.

Il mulino Garbari è stato l’ultimo in attività ma altri hanno operato a Vezzano, modificando poi la loro attività e per questo sono presentati in altre schede. Ricordiamo che non sappiamo a quando risalgono i primi mulini di Vezzano ma che i documenti presentati nella scheda introduttiva ne testimoniano la presenza fin dal 1300, chissà dunque quanti mulini per la macinazione del grano sono stati attivi. Qui ricordiamo quelli di cui conosciamo l’attività e la localizzazione.

   

Rappresentazione grafica della struttra del mulino Garbari; si notano la posizione delle ruote idrauliche, del castello con macine, tramoggia, brillatoio ed elevatore.

 

Il brillatoio Garbari e la rabbigliatura.

  

Vecchi palmenti consumati del mulino Garbari all'aiola della pace a Vezzano ed al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina a San Michele all'Adige.

 

Nel 2007 all'esterno del mulino Garbari c'erano ancora le condotte che un tempo alimentavano le ruote idrauliche.

   

Il mulino a cilindri nell'opificio Garbari.

   

Alcuni dei pezzi smontati e conservati del mulino Garbari.

 

Nell’edificio in Via Borgo 34 il mulino Bassetti, prima di proprietà Broschek, aveva sostituito il mulino a palmenti con quello a cilindri, ed aveva un pestino in pietra per la lavorazione dell'orzo.

Nell’edificio in Via Borgo 10 un altro mulino venne trasformato in falegnameria dai Gentilini.

Nell’edificio in Via Borgo 18 i Tecchiolli, trasformarono una fucina in molino prima di votarsi a panificio.

 

L’acquisto e la preparazione dei cereali

I cereali, provenienti da tutto il circondario, da Pietramurata a Sopramonte, venivano passati nel vaglio, un macchinario di legno munito di ventilatore che separava il grano dalle impurità (pula). Per una migliore pulizia veniva poi passato in un grande setaccio pendente dal soffitto mosso con la forza delle braccia, sostituito poi dallo svecciatore formato da un cilindro di metallo rotante forato che toglieva i piccoli semi di altre piante.

Dopo essere stati puliti, mais e grano saraceno venivano macinati per farne farina da polenta, frumento e segala, per produrre farina da panificazione, mentre avena e orzo venivano brillati per togliere il duro rivestimento esterno. L’orzo veniva usato per le minestre ma anche per la produzione casalinga di caffè d’orzo e, dopo la macinazione, si usava la farina per fare la polenta.

 

La molitura

Il mugnaio versava il grano precedentemente pulito nella tramoggia, una cassa di legno a forma di tronco di piramide rovescia che, attraverso ingranaggi collegati alla ruota idraulica  lasciava cadere ritmicamente i semi nel foro centrale della macina superiore. Essa ruotava, sempre grazie alla forza idraulica, sulla macina inferiore fissa. Lo sfregamento dei cereali tra le  due macine, chiamate palmenti, tramutava il grano in farina, ma nel contempo assottigliava le scanalature sulle grandi macine in pietra dura, che il mugnaio doveva rinnovare periodicamente usando martelli in ferro (rabbigliatura).

La macina inferiore era fornita di un orlo e di un’apertura laterale che portava la farina nel buratto, un cilindro avvolto da una tela di lino divisa in settori a maglie di grandezza diversa per dividere la farina sottile da quella più grossolana ed eliminare la crusca. La farina cadeva in un cassone sottostante diviso in scomparti. La farina sottile veniva insaccata mentre l’altra, per mezzo di un elevatore formato da cinghie di canapa munite di “tazze”, veniva riportata nella tramoggia per ripetere di nuovo la macinazione.

Probabilmente tra la fine dell’ottocento e l’inizio del ‘900, il mulino a pietra qui presente fu sostituito da un mulino metallico a cilindri, che permetteva di produrre in un’ora la stessa quantità di farina che il mulino a palmenti riusciva a produrre in un intero giorno.

Il mulino a cilindri posato su un basamento in ghisa era formato da una coppia di cilindri rigati che ruotavano in orizzontale all’interno di una struttura lignea, mossi dall’energia della ruota idraulica. Riceveva il grano dalla tramoggia e lo passava al baratto, che era però posizionato al piano superiore e veniva raggiunto da un elevatore che passava in un foro del pavimento.

Al termine della macinazione, il mugnaio consegnava la farina ottenuta e i residui trattenendo per pagamento del suo lavoro 5-6 Kg di farina per ogni quintale, oltre 2 chili di semola per il suo animale da carico se effettuava il trasporto con il suo carro.

 

La brillatura

Per togliere il rivestimento (crusca) all’orzo veniva messo in un pestino a vasca con due ruote folli mosse dalla ruota idraulica che, ruotando senza toccare il fondo, producevano il moto vorticoso dei chicchi che andando continuamente a sbattere per un paio d’ore perdevano il rivestimento. Probabilmente, prima di quello, anche qui veniva usato un pestello a due o tre pile come quello recuperato proprio qui a Vezzano nel 1968 e ora conservato al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina. In vasche scavate in un blocco di pietra si muovevano grossi pali di legno con testa in ferro che venivano sollevati da ingranaggi collegati alla ruota idraulica e poi cadevano all’altezza regolata in modo da far saltare in alto i chicchi, che poi scendevano giù; anche con questa tecnologia, continuando a sbattere i chicchi perdevano il rivestimento.



Materiali a disposizione per l’approfondimento:

I prodotti delle scuole:

Altre Fonti:

  • La via dei mulini - Giuseppe Sebesta - Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina - 1976
  • 60° anniversario Cassa Rurale di Vezzano - Nereo Cesare Garbari - Cassa Rurale di Vezzano - 1980
 
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