Attività ed eventi
Attenzione: Per partecipare alle attività ludico/didattiche estive è necessaria la tessera socio (familiare) di Ecomuseo. Le attività possono essere prenotate dopo il...

LE FALEGNAMERIE

di Rosetta e Alberto Margoni

STORIA DELLE FALEGNAMERIE DI VEZZANO

antichi mulini del borgo pannello 10 falegnameriaantichi mulini del borgo pannello 4 falegnameriaÈ nell’edificio in Via Borgo 34 che l’Ecomuseo della Valle dei Laghi ha posto il quarto degli 11 pannelli del percorso etnografico sugli opifici storici della valle dei laghi  “Antichi mulini del Borgo”, poiché in questo edificio Bassetti Quintino e figli, trasferiti qui da Naran, avviarono una falegnameria accanto al mulino, che prima di loro era di proprietà Broschek ed era gestito da Faes Emanuele. Per essere il più possibile autonomi nella loro doppia attività artigianale si dotarono di una segheria veneziana e di una piccola fucina munita di forgia con “bot de l’òra” ad uso interno. Le due ruote idrauliche, che fornivano l’energia necessaria alternativamente a tutte le macchine, erano alimentate da una specifica diramazione della Roggia Grande realizzata con una condotta in muratura ed una chiusa ancora funzionante. L’acqua veniva poi rimessa nella roggia senza alcun consumo.

Negli ultimi anni di attività i Bassetti si specializzarono nella fabbricazione di imballaggi per la frutta ed infine, nel 1953, trasferirono la loro attività a Padergnone in via Nazionale 132.

Nell’edificio in Via Borgo 22, dove l’Ecomuseo ha posto il sesto pannello, dedicato ai mulini per la macinazione dei cereali; vi lavorava Garbari Quintino che nel 1949 abbandonò la macinazione e si dedicò alla falegnameria insieme al figlio Giuseppe fino al 1951, anno in cui morirono prima il padre e poi il figlio; la loro falegnameria si occupava di un settore particolare erano infatti bottai.

Nell’edificio in Via Borgo 10 l’Ecomuseo ha posto il decimo pannello, poiché anche qui un mulino venne trasformato in falegnameria da Guido e Dionigio Gentilini, figli di un “prestinaio” (= panettiere), e l’attività poi prosegui con Mario, figlio di Dionigio, fino al 1966.

Terminava con questo edificio il canale di derivazione della Roggia Grande. Dopo aver fatto girare l’ultima ruota idraulica di Vezzano, l’acqua che ne usciva si univa a quella di una vicina sorgente per tornare poi nella Roggia Grande poco più a sud. 

  

La chiusa della falegnameria Bassetti col canale di dervazione e le vetrate della bottega artigiana.

 

Chiusa e casa Gentilini.

LA SCELTA DELLA MATERIA PRIMA

La scelta del legname migliore era fatta con cura, doveva essere cresciuto nel posto giusto, tagliato nel momento giusto, conservato correttamente, sano. Bisognava cercarlo altrove ed il trasporto veniva fatto coi carri trainati dai buoi: noce e ciliegio venivano dalle Giudicarie e dalla Rendena, abete bianco dalla Val di Fassa.

A quanto ci risulta dalle testimonianze e dai documenti di metà del novecento, erano diffuse nelle nostre falegnamerie le segherie interne.

Il falegname, conosciuto anche come “marangon” acquistava i tronchi che trasformava in tavolato tramite la sega veneziana, posta in un ampio locale.

 

MACCHINARI E STRUMENTI DI LAVORO

All’esterno della bottega, l’acqua faceva girare una ruota che, tramite l’albero di trasmissione, gli ingranaggi e le cinghie metteva in moto di volta in volta la macchina che il falegname voleva utilizzare: sega veneziana, sega a nastro, tornio.

Quando voleva cambiare macchina spostava una delle cinghie, mentre se voleva fermare il tutto o modificare la velocità, grazie ad una leva, spostava il canale (doccia) che portava l’acqua alla ruota.

All’interno della falegnameria i lunghi tavolati venivano trasportati su rotaie con un carrello per essere tagliati in assi di diverse misure con la sega a nastro (“bindèla”) o con la sega circolare, azionate dalla forza idraulica. Il tornio veniva usato per preparare ed abbellire le parti tonde.

Numerosi erano poi gli attrezzi che servivano per lavorare il legno con la sola forza delle braccia per compiere operazioni diverse, quali misurare, segare, squadrare, piallare, incidere, forare, rifinire, levigare: metro, sega a mano (“segon”), pialle, lime, scalpelli, foradori.

      

Interno della falegnameria Bassetti abbandonata e antica bindela recuperata.

  

Interno della vecchia falegnameria Gentilini: banco di lavoro e bindella, pialle, rotaie.

LA LAVORAZIONE DEL LEGNO

Mobili ed infissi venivano un tempo ordinati su misura al falegname di fiducia che li realizzava sempre e completamente in legno massiccio.

Scelto il legname più adatto e di gradimento del cliente, progettato il manufatto, il falegname eseguiva il suo lavoro usando con perizia i numerosi macchinari ed attrezzi.

I trucioli, che alla fine coprivano il pavimento, venivano usati come legna da ardere.

I pezzi venivano uniti tramite incastri e una particolare colla a presa rapida che doveva essere sciolta a bagnomaria. Ripassato l’oggetto con la carta vetrata, si passava al delicato e lungo lavoro della lucidatura: con un batuffolo di ovatta avvolto in uno straccio e aiutandosi con un po’ d’olio di semi o di valina per favorire lo scivolamento, si spalmava sul legno un composto di gommalacca sciolta con un po’ di alcool.

Con gli assi di abete o di pino nero si costruivano le casse da morto per i defunti del Comune di Vezzano ed era una delle entrate più sicure.

 

ANEDDOTI

Nella storia della falegnameria Gentilini segnaliamo un uso inconsueto della sega a nastro: nel 1943, durante il periodo dell’occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale, venivano qui tagliate le forme di formaggio, confezionate poi nei pacchi da inviare alle famiglie dei soldati tedeschi in Germania. Alla famiglia rimanevano le briciole del formaggio grana date dalla segatura e non era cosa da poco per il nutrimento della famiglia numerosa.

 

Oltre infissi e mobili si mettevano in opera botti e tini in legno di rovere con relative fasce di ferro bullonate, questa era un‘attività particolarmente complessa che richiedeva molta abilità. Una curiosità che si racconta è che per assemblare la botte venivano chiamati tutti i bambini che si piazzavano al centro e tenevano il legni in posizione dando il tempo agli adulti di assemblare la botte.

 

I venditori ambulanti di mestoli e gerle della Valsugana passavano da Vezzano e si fermavano a dormire nella falegnameria usando come materasso i trucioli del legno.

 

UN ACCENNO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE A VEZZANO

A 9 mesi dall’inizio di quello che diventerà il secondo conflitto mondiale, il 10 giugno 1940 anche l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania. Furono anni duri per chi in guerra andò ma anche per chi restò.

L’8 settembre 1943 il generale Badoglio, Capo del Governo italiano, rese pubblico l’armistizio con gli alleati sbarcati in Sicilia: quasi due milioni di militari italiani sparsi in Italia ed Europa videro da un giorno all’altro trasformarsi i propri alleati tedeschi in nemici, cominciò “el rebalton”, la Germania invase l’Italia e occupò le nostre terre.

Da noi le cose andarono bene, i giovani ed i militari sbandati vennero arruolati nella polizia trentina, le donne vennero reclutate al servizio dei militari tedeschi presenti capillarmente anche nei nostri paesi nel 1944-45, senza lasciare ricordi di violenze e soprusi.

Un esempio di convivenza pacifica durante l’occupazione tedesca a Vezzano nel 1944-45 fu l’uso dei macchinari della falegnameria Gentilini per tagliare le forme di formaggio che, insieme ad altri generi alimentari, entravano in pacchi viveri confezionati dalle donne di Vezzano per essere inviati in Germania alle famiglie dei militari tedeschi.

     

Il 2 maggio 1945 terminò ufficialmente la guerra ma la situazione risultò molto caotica e i nostri paesi divennero terre di passaggio per i tedeschi in ritirata con saccheggi, furti e paura. A Vezzano rimasero inutilizzati i cannoni contraerei da poco portati dai tedeschi. Essi vennero affidati ad un reparto della brigata paracadutisti Folgore che si acquartierò presso la scuola elementare, si occupò di custodirli e poi portarli via.

Anche chi la guerra non l’ha vissuta, trova in ogni paese i monumenti ai caduti ed a Vezzano c’è anche un evento che ogni anno ci invita a pensare.

Il 14 febbraio 1944 infatti venne fatto un solenne voto a San Valentino sia per scongiurare l’evacuazione ed i bombardamenti sia per proteggere i soldati e lavoratori lontani, sottofirmato dalle autorità religiose e civili di tutto il comune di Vezzano e da molti fedeli. In rispetto a quel voto, a partire dal 2 settembre 1945, la prima domenica di settembre si fa la processione a San Valentino ed intorno ad essa sono andate via via intensificandosi le iniziative. A livello civile, la manifestazione “Tutti i colori della pace”, giunta ad occupare tutto il mese di settembre, è ogni anno fonte di riflessione sui diversi significati di “pace”.

 

Materiali a disposizione per l’approfondimento:

I prodotti delle scuole:

  • cl. 4^ Vezzano a.s. 1998/99 da “Ieri, oggi domani, l'ape Clementina vi racconta" pag. 158-164: La lavorazione del legno

cl 3^ Vezzano a.s. 2010/11: Un pomeriggio con Mario Gentilini


Altre Fonti:

  • Vezzano, la guerra e il voto a San Valentino del 14 febbraio 1944 - Lorenzo Gardumi - Editore: Fondaz. Museo Storico Trentino 2006
  • Da Pedegaza a Vallelaghi - memorie fotografiche delle 11 frazioni - Comune di Vallelaghi 2017

Un particolare ringraziamento per la collaborazione a Gianni Gentilini e Paolo Chiusole.

 
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