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LA LAVORAZIONE DELLO SCOTANO, DETTO “FOIARÒLA”

di Rosetta e Alberto Margoni

 

antichi mulini del borgo pannello 1 foiarola miniStoria della lavorazione della “foiaròla” a Vezzano

 

Il giudice Carlo Clementi  nella descrizione del Distretto di Vezzano elaborata tra il 1834 ed il 1835 rilevava “in Vezzano 3 mulini da grano, due per lo scottano...”.Tra i mezzi di sussistenza degli abitanti del distretto segnala “la raccolta dello scotano (fojarolla)”, in particolare riferisce che “Lo scotano (Rhus cotinus) ha di recente alleviato la classe più miserabile colla vendita delle sue foglie e del suo legno, cosicché possono entrarvi annualmente 2600 fiorini.” e che “Gli oggetti di commercio consistono nella vendita ... dello scotano in polvere e in natura”.

Dalle testimonianze giunte fino a noi sembra che in Naran abbia operato uno dei laboratori per l’estrazione del colore dalla “foiaròla” e la falegnameria di Bassetti Quintino e figli, poi trasferita in via Borgo.

Era nell’edificio ora ristorante “Al vecchio mulino” in località Naran 1, che un tempo girava la prima ruota idraulica sulla Roggia Grande, è qui che l’Ecomuseo della Valle dei Laghi ha posto il primo degli 11 pannelli del percorso etnografico sugli opifici storici della valle dei laghi  “Antichi mulini del Borgo”, quello dedicato alla lavorazione della “foiaròla”.

Anche l’altro mulino, situato nell’edificio ora laboratorio del rame Manzoni in Localita' Alla Fonda 5, sfruttava le acque della Roggia Grande anche per la lavorazione della foiaròla; l’ultimo ad avervi svolto questa attività fino al 1921 è stato Enrico Leonardi, allora sindaco di Vezzano.

Non sappiamo quando ebbe inizio questa attività a Vezzano ma è documentata a partire dal XVI secolo “nella residenza di Zordan Belexin di Vezzano”.(A. Gorfer, La Valle dei Laghi, Cassa Rurale S. Massenza, 1982, pag.107 )

Dalla ricerca genealogica effettuata da Ettore Parisi risulta poi che Giacomo Tommaso Agostino Garbari (1800-1855) e suo figlio Giacomo Domenico Tommaso (1826 - 1902), residenti a Vezzano di mestiere facevano i tintori, facendoci presumere che la lavorazione della “foiaròla” a Vezzano non si fermasse alla sola produzione della polvere, ma che continuasse anche con la tintura di filati e tessuti. Non avendo nessuna testimonianza a riguardo, per comprendere come si faceva la tintura mettiamo a disposizione nei materiali i link al lavoro delle scuole e al “Nuovo dizionario universale tecnologico…” del 1833 in particolare il vol. 13.

 

Descrizione della pianta

Albero della nebbia. Scotano.

Agostino Perini (1802-1878), a cui è dedicata insieme al fratello Carlo via fratelli Perini a Trento, nelle sue pubblicazioni ci parla approfonditamente dello scotano, scientificamente Rhus cotinus, alle sue parole ci affideremo per coprire le nostre lacune. È un arbusto delle Anacardiacee che nel dialetto locale è noto come foiaròla, ma che chiamiamo anche sommacco. È una pianta perenne che cresce spontanea sulle rocce e nei boschi magri propagandosi a macchia. A quanto ci dice A. Perini, “non viene attaccato da qual sia sorta d’insetti, ed è fuggito dagli animali sino nei pascoli più grami”. Le sue piccole foglie tonde in basso ed ovali in alto, dal lungo picciolo e dal profumo intenso, assumono in autunno vivacissimi colori giallo, arancione e rosso. In estate sulla parte terminale di alcuni rami crescono infiorescenze piumate con piccoli fiori giallo-verdi a grappolo, da cui il suggestivo nome “albero della nebbia”. I frutti sono delle piccole drupe cuoriformi che da verdi diventano marron.  La sua corteccia è di color bruno-rossastro.

La sua peculiarità deriva dal fatto che è ricco di tannino e trementina, e ciò lo rendeva prezioso in passato, per l’impiego nella concia delle pelli e nella tintura. Il colore giallo carico ottenuto su fibre tessili poteva fissare un bel verde, se queste subivano un bagno colorante al guado, e donava sfumature di grigi e neri se trattato con sali di ferro.

 

La raccolta dello scotano

 

Ci affidiamo ancora ad A. Perini e scopriamo che ai primi di luglio, con la piena maturità delle foglie, le piante venivano tagliate alla radice utilizzando un “potaiolo” ben affilato e tagliente per non danneggiare la pianta. Dal ceppo crescevano rigogliosi polloni e dopo tre anni la pianta era di nuovo pronta per il taglio.

Rami e foglie venivano messe a seccare preferibilmente all’ombra e ammassate solo a completa essiccazione per non perdere le proprietà che le caratterizzavano, per poi polverizzarle a tempo debito.

Pietro Giovannini nel 1839 scrive che nel Tirolo meridionale lo scotano, volgarmente detto “fogliarola”, era fonte di commercio e ricchezza, in quanto “Si è calcolato che dalla provincia vengano annualmente esportate 30,000 centinaia di questo prodotto e che l’importo ammonti in danaro agli 85,000 fiorino, o all’intorno”, lo sfruttamento era secondo lui così intenso da rischiarne l’estinzione.

 

La lavorazione dello scotano

 

  1. Perini ci spiega : “La polverizzazione si fa in un’aja ben lastricata di pietre e quivi si trebbia col coreggio ordinario come si farebbe col grano. Poscia si passa per un fitto crivello di legno (drazzo) sostenuto da una corda , I ramicelli rimasti vengono messi da parte, di nuovo ben seccati al sole,e tagliuzzati con un ferro vengono anch’essi ridotti in polvere col mezzo di apposite macchine”

Attraverso i bambini della locale scuola primaria ci arriva la testimonianza di Aldo Leonardi classe 1910: “Accanto alla segheria Leonardi (attuale laboratorio Manzoni), erano sistemate due grosse macine le cui ruote, di pietra, avevano un diametro di circa m 1.20/1.50 e servivano proprio per ridurre in polvere la foiarola che, insaccata veniva portata a Trento.”, macine che erano mosse dalla ruota idraulica.

pestino VezzanoAltro attrezzo comune ai mulini usato per lo scotano era il pestello a pile, a quanto ci riferiscono, anche quello rinvenuto nel 1968 nelle vicinanze dei Manzoni ora conservato al museo degli usi e costumi della gente trentina. È formato da una grande base in pietra con tre vasche dentro cui si muovevano tre grossi pali di legno con punta metallica che venivano sollevati alternativamente grazie alla forza impressa dalla ruota idraulica e poi cadevano fino all’altezza desiderata dal fondo. Si ipotizza che, provocando il rapido spostamento dei rami di scotano, essi andassero continuamente a sbattere nel recipiente di pietra decorticandosi e spezzandosi.

Diamo nuovamente voce al Perini: “Con questo processo si ottiene scotano di due sorta cioè quello derivato dalla prima triturazione, ch’è principalmente di foglie, e quello della seconda che deriva dal legno.”

Finalmente riguardo al commercio dello scotano: l’Economo, quando lo troverà genuino, fornirà per ogni sacco l’attestato di provenienza e lo porrà vicino all’apertura di quello, e chiusa, imprimerà l’impronto del timbro comunale sul di fuori di essa” specificando se è “in foglia” o “in legno”. Il sacco “si usa della capacità di circa un centinajo.

 

Materiali a disposizione per l’approfondimento:

 

I prodotti delle scuole:

 

Altre Fonti:

  • 1834-35 Descrizione topografica statistica dell’Imp. r. Giudizio distrettuale di Vezzano. - In: Cadine / a cura di F. Leonardelli. - Cadine (TN) : Cassa rurale di Cadine,1988. - p. 433-447. – Edizione del ms. conservato a Innsbruck, Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum, ms. 4322, fasc. 54.
  • La via dei mulini - Giuseppe Sebesta - Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina - 1976 (pag 180 foto recupero pestino a Vezzano)
 
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