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LE FUCINE

di Rosetta e Alberto Margoni

 

antichi mulini del borgo pannello 5 tromba idroeolica miniantichi mulini del borgo pannello 9 fabbro ferraio miniantichi mulini del borgo pannello 11 fabbro carraio mini

Storia delle fucine di Vezzano

È nell’edificio in Via Borgo 28 che l’Ecomuseo della Valle dei Laghi ha posto il quinto degli 11 pannelli del percorso etnografico sugli opifici storici della valle dei laghi  “Antichi mulini del Borgo”, poiché in questo edificio c’era un tempo il primo opificio sulla derivazione principale della Roggia Grande, che è stata dismessa e completamente chiusa nel 2001 subito dopo le grandi piogge seguite da esondazioni; essa passava sul retro delle case fino in fondo alla discesa di via Borgo. Era la fucina Aldrighetti specializzata nella produzione di piccoli attrezzi, attiva già nel 1855. Guerra, emigrazione ed infine negli anni trenta il sequestro dei metalli per la causa bellica, determinarono la chiusura del laboratorio. Quel che rimane oggi a testimoniare questa attività del passato, nel giardino privato è parte della “bot de l'òra”, accessorio indispensabile in ogni fucina, ed all’interno della casa di abitazione diversi particolari che il proprietario ha tenuto a recuperare alla memoria.

  

La fucina Aldrighetti ad inizio '900.

  

Casa Aldrighetti ora: traccia della derivazione della roggia, "bot de l'òra", vecchi prodotti Aldrighetti.

 

Nell’edificio sul bivio tra Via Borgo e Via Ronch, dove c’era la fucina Morandi per la lavorazione del ferro con annesso il “travai”, l’Ecomuseo ha posto il nono pannello. All’interno di questo edificio il tempo si è fermato, la fucina rimodernata negli anni ‘40 per convertirla all’uso dell’energia elettrica ha funzionato fino agli anni ‘60, poi il bisogno di spazio ha portato i Morandi a costruire nuovi capannoni a Vezzano dove continuano ancor oggi la loro attività di fabbri.  Dopo mezzo secolo di abbandono le parti esterne (ruote idrauliche, doccia, tromba idroeolica) sono andate distrutte, se ne vedono solo le tracce, ma diversi macchinari presenti all’interno sono ancora lì insieme ad ingranaggi, pulegge e cinghie che permettevano di utilizzare di volta in volta la macchina desiderata.

   

Il fabbro Morandi al lavoro e la sua officina.

    

La vecchia officina Morandi abbandonata come si presenta ora (2017) all'esterno: l'entrata, la bot de l'òra, le ruote idrauliche.

      

L'interno accoglie ancora molti dei vecchi macchinari. 

 

Al di fuori di questa deviazione, in cima a via Ronch, vi era la nuova officina di Morandi Casimiro, falegname, dove l’Ecomuseo ha posto l’undicesimo ed ultimo pannello di questo percorso.

È questo l’edificio con ruota idraulica di più recente costruzione, l’unico che prendeva l’acqua dal corso naturale della Roggia Grande. Tra il 1960 e il 1966 Morandi Tullio, "el rodèla" figlio di Casimiro, ed il suoi collaboratori producevano qui carri di diverso tipo.

  

Uno dei carri realizzati da Tullio Morandi.

 

Tra le fucine non possiamo certo dimenticare quelle che lavoravano il rame, ma di esse ne abbiamo parlato a parte.

 

IL FABBRO FERRAIO

Il fabbro ferraio produceva attrezzi di ferro per la campagna, la fienagione, la cura del bestiame, la costruzione dei carri, la selvicoltura, la casa...

Il lavoro del fabbro iniziava con l’accensione della forgia a carbone che poi riusciva a portare ad alta temperatura con l’aiuto della tromba idroeolica (bot de l’òra). Ciò gli permetteva di riscaldare una barra di ferro, che teneva con lunghe pinze fino a farla diventare incandescente e plastica. La trasformava grossolanamente nell’attrezzo desiderato col maglio mosso dalla ruota idraulica (grosso martello che batteva su una piccola incudine incassata nel terreno).

Il fabbro proseguiva poi la lavorazione con mazze e incudine mantenendo la plasticità del ferro riscaldandolo ripetutamente nella forgia.

Nella costruzione di un arnese da taglio, alla fine ne modellava il profilo tagliente con la mola (smerigliatrice), una grossa ruota di pietra arenaria, che veniva fatta girare velocemente dalla ruota idraulica.

Accanto alla forgia c’era una vasca di pietra piena di acqua oppure, occasionalmente, di olio apposito, dentro cui il fabbro temprava il suo manufatto con un repentino sbalzo di temperatura in modo da assicurarne la qualità.

All’esterno della fucina il fabbro si trasformava in maniscalco. Ferrava buoi, cavalli e asini utilizzati nel lavoro in campagna fino agli anni ‘60, servendosi del travai, una robusta struttura di travi sulle quali veniva bloccato e sollevato l’animale.

 

IL FABBRO CARRAIO

Il fabbro carraio univa le competenze del falegname a quelle del fabbro per realizzare carri trainati da un bue o da una coppia di buoi, carri a due ruote per il trasporto dalla montagna di fieno (broz) e di legna (brozal), carriole e carrioloni, attrezzi da lavoro quali accette, falci, scuri, zappe, rastrelli, vanghe e badili.

Particolarmente delicata era la realizzazione delle ruote ed in particolare la rifinitura poiché in pochi secondi bisognava applicare a caldo la lama incandescente ed immergerla rapidamente nell’acqua fredda evitando così che il legno bruciasse.

Artistica era poi talvolta la rifinitura dei carri.

 

LA TROMBA IDROEOLICA O “BOT DE L’ÒRA”

L’òra è un vento leggero e questa “botte” lo produceva, da qui il nome dialettale “bot de l’òra”.

Consisteva in una condotta forzata verticale che terminava in un recipiente in pietra a forma di botte, posto all'esterno della fucina in prossimità del forno fusorio. In fondo alla botte era collocata una pietra rialzata sulla quale cadeva vorticosamente l’acqua creando una costante quantità di aria compressa che usciva in alto grazie ad un'apertura nella botte e andava ad alimentare i fuochi della fucina, l'acqua poi rientrava nella roggia uscendo da un foro ricavato sul fondo. La “bot de l’òra” già nel XVI secolo andò a sostituire il mantice perché garantiva un apporto di aria costante ed era economica.

 

ANEDDOTI

Eugenio Aldrighetti classe 1862, soprannominato "el Ferar", era un fabbro/contadino e lavorava alla sua officina, esattamente quella che ora è segnata con il pannello 11. Era molto bravo e preciso nel fare il suo lavoro tanto che un dentista di Trento si rivolse a lui per fare degli strumenti adatti allo svolgimento del lavoro di dentista: piccoli ceselli, pinze ecc..

Fatto con cura e precisione il lavoro, lo consegnò al dentista ma pensò bene di riprodurne una copia anche per sé. La voce si sparse e fu così che molte persone della zona arrivavano a casa sua doloranti. La figlia Santa (classe 1908), istruita a dovere, prendeva la valigetta degli attrezzi, una pezza e accompagnava il richiedente aiuto dal papà che era nei campi. Dopo averlo fatto accomodare sotto una pianta e avergli offerto un bel sorso di grappa, estraeva il dente dolorante con la stessa precisione di un chirurgo!  

 

Materiali a disposizione per l’approfondimento:

  • Il libro delle acque - Gruppi culturali della Valle dei Laghi - 2008- pag. 323-335: Arti e mestieri

 

I prodotti delle scuole:

 

Altre Fonti:

  • Retrospettive - gennaio 1990

 

Un particolare ringraziamento per la collaborazione a Mario Morandi, Valentino Fava, Paola Aldrighetti.

 

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